Evoluzione del concetto d’intelligenza

Evoluzione del concetto d’intelligenza
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Il concetto d’intelligenza è complesso e nella sua definizione non ci si può basare solo su un aspetto singolo. Infatti l’intelletto umano ha molteplici sfaccettature e si esprime tramite un insieme numeroso di abilità, comportamenti, pensieri ed emozioni. Di qui le varie tesi e la domanda se la misurazione con i test d’intelligenza possa ritenersi valida o soltanto parziale e relativa ad un certo aspetto della complessa funzione presa in esame.

Le teorie e gli approcci di studio che si sono sviluppati intorno al tema in questione sono molteplici: dalle teorie unitarie, alle teorie globali- maturative, da quelle multiple a quelle gerarchiche. Anche la scuola ha costituito un settore primario nell’uso dei test; se in certi casi essi sono risultati utili strumenti per orientare e valorizzare le competenze di uno studente, in altri l’uso dei test d’intelligenza ha prodotto una funzione discriminativa, isolando gli alunni più deboli e raggruppandoli in classi speciali, cosa che fortunatamente oggi non avviene più nella scuola italiana.



L’intelligenza non è una questione innata, ma dipende dalla combinazione di più variabili.

Storicamente, il primo metodo di misurazione è stato elaborato da Binet e Simon. La prima versione è stata successivamente elaborata nella scala Stanford-Binet, tuttora in uso, che misura il quoziente d’intelligenza ( Q.I.), termine coniato dallo psicologo Wilhelm Stern. Oggi, secondo molti studi, fattori di varia natura influiscono sul Q.I.: la nutrizione durante l’infanzia, ad esempio, sembra essere determinante per lo sviluppo cognitivo, mentre uno stato di malnutrizione prolungato può abbassare il Q.I. di un soggetto.

I sistemi familiari sembrano poter incidere sulle modalità cognitive di un bambino. Un ambiente carente, poco attento alle cure e agli affetti, può avere effetti negativi sullo sviluppo intellettuale del piccolo. Studi recenti sulla crescita emotiva, a partire dalle basi poste nei primi anni di vita, hanno dimostrato l’influenza dei punteggi sul Q.I. anche dalla qualità del contatto fisico e d’interazione tra mamma e neonato. Inoltre, l’esperienza formativa pre-scolare, utilissima come stimolo intellettivo.

L’importanza dell’ambiente e delle relazioni nel concetto d’intelligenza è stato enfatizzato nel tempo dai più noti studiosi dell’età evolutiva, a cominciare da Piaget. Le teorie epistemologiche si basano essenzialmente sulle ricerche sviluppate da questo psicologo, il quale studiò l’acquisizione del pensiero logico e delle cognizioni scientifiche dei bambini articolando in quattro stadi la costruzione della competenza intellettiva, estendendoli dall’infanzia fino a circa sedici anni.

Dal punto di vista antropologico bisogna tener conto che vi sono differenze significative in ciò che le culture intendono per intelligenza: esse variano da una cultura all’altra e ogni società attribuisce maggior peso a certi valori e meno ad altri. Ogni individuo costituisce dunque un mondo a parte, con le proprie potenzialità, a prescindere dalle etichette che possono diventare il lascia passare per stereotipi negativi e ghettizzazioni.



Il nostro dovere è migliorare la qualità della vita in primis ai nostri bambini. Riprendendo le parole di Howard Gadner, che ha introdotto la teoria delle intelligenze multiple, il mondo del futuro “ci chiederà di avere capacità che finora sono state solo opzionali. Per rispondere a queste richieste occorre che cominciamo a coltivarle sin da ora.

Ci auguriamo che i test di nuova concezione coinvolgano tutte le tipologie d’intelligenze individuate e che i programmi scolastici si pongano l’obiettivo di considerare e stimolare l’apprendimento sfruttando ogni tipo di risorsa”.

Scoprire il proprio tipo di intelligenza significa farla crescere, fruttare, imparare ad utilizzarla nel migliore dei modi esaltando la nostra unica e peculiare identità.



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